I marmi di Canova sono sparsi per il mondo. Quelli da cui sono nati stanno a Possagno, e hanno la pelle punteggiata di chiodini.
Ero andato a Possagno con l’idea di fare una gita, attratto da una fotografia vista in una rivista e da una mostra organizzata da Vittorio Sgarbi. Mi sono avvicinato a un gesso per fotografarlo e ho visto che la superficie era punteggiata di piccoli punti scuri, sparsi senza un ordine preciso. Apparentemente.
La sala del bianco
La sala è quella progettata da Francesco Lazzari fra il 1834 e il 1836, voluta da Giovanni Battista Sartori, fratellastro di Canova, per accogliere i gessi arrivati via mare dallo studio romano di via delle Colonnette.
Entri e la prima cosa che ti prende è il bianco: pareti chiare, luce dall’alto, figure alte più di tre metri messe una accanto all’altra come in un magazzino di divinità. L’effetto è notevole. Poi ti avvicini, e il bianco si sporca di punti.
I chiodini che spostano le misure
Sono le repère: chiodini di bronzo che Canova faceva piantare nel modello in gesso scelto come riferimento. Servivano a riportare le misure esatte dal gesso al marmo.
Il percorso era questo: disegno, bozzetto, modello in argilla a grandezza reale, calco, gesso. Su un esemplare si mettevano i chiodini, e da quelli gli assistenti misuravano il blocco e lo sbozzavano. L’ultima mano era di Canova.
Ed è qui che ho avuto l’illuminazione: quei chiodini li uso anch’io. Quando fai la scansione per riportare un oggetto nella stampa 3D, la prima cosa che crei è la nuvola di punti: ogni punto ha la sua collocazione nello spazio XYZ. Unisci i punti e hai l’oggetto nella sua tridimensionalità.
Duecento anni prima del laser, Canova faceva la stessa cosa a mano, con l’ottone.

Il gesso viene prima
Il che ribalta il rapporto a cui siamo abituati. Qui il gesso non è la copia: è l’originale. La statua famosa è stata cavata da lì, misura per misura.
Le versioni scultoree delle Tre Grazie di Antonio Canova si trovano al Museo dell’Ermitage di San Pietroburgo e, in una replica condivisa, al Victoria and Albert Museum di Londra e alle National Galleries of Scotland di Edimburgo. Ma il gesso originale sta qui.
Le cicatrici del 1917
Il giorno di Natale del 1917 una granata colpì la gipsoteca: alcuni gessi andarono distrutti, un centinaio furono danneggiati. Li rimisero insieme Stefano e Siro Serafin, e il museo riaprì nel 1922, per il centenario della morte di Canova. Certe ricomposizioni si notano ancora, se sai dove guardare.
Il bianco dei marmi non è vero
Il bianco dei gessi è autentico. Quello dei marmi no.
Sulle statue finite Canova passava cera sciolta, velature appena rosate e “acqua della ruota”, cioè l’acqua sporca in cui si affilavano i ferri. In una lettera del 1805 a Quatremère de Quincy scrive di aver lasciato diverse opere «senza encausto, avendovi solo passato sopra, col pennello, dell’acqua della ruota».
Il candore neoclassico che ci hanno insegnato ad amare è in buona parte quello che il tempo ha portato via.

Il dubbio: fotografare al museo è guardare?
Nei musei fotografo molto. Torno a casa con cento scatti e la sensazione di aver visto tutto. Ma da qualche tempo mi chiedo se sia vero, o se stia facendo una cosa diversa dal guardare.
Quando alzo il telefono succedono due cose insieme. Cerco l’inquadratura, e per farlo devo decidere cosa conta: mi avvicino, giro intorno, trovo la luce. In quei venti secondi guardo meglio che in cinque minuti a mani vuote.
Però archivio. Delego alla memoria del telefono un lavoro che prima toccava agli occhi e alla mente, e quando riapro le cartelle mi accorgo che di certe opere ricordo la foto, non la sala.
Non so quale dei due effetti sia più forte. C’è chi al museo non tira fuori niente per principio, e mi sembra una disciplina un po’ compiaciuta. Ma conosco anche me stesso, che fotografo la didascalia per leggerla dopo, cioè mai.
Il telefono ci fa guardare di più, o ci esonera dal guardare?
Da vedere, da fare
Il museo: martedì-venerdì 9.30-18, sabato, domenica e festivi 9.30-19, chiuso il lunedì. Intero 13 euro, ridotto 10.
«Antonio Canova e il Monumento a Horatio Nelson» — dal 1° novembre 2026 al 25 aprile 2027, a cura di Paolo Mariuz: modelli e materiali intermedi di un monumento mai realizzato. Da segnare adesso, perché dura fino a primavera.
Fonti: Museo Gypsotheca Antonio Canova
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