Ci ero entrato convinto di una cosa, e sono uscito che non ne ero più così sicuro.
Il Museo Le Carceri di Asiago è un carcere vero, dismesso: volte basse, muri spessi, stanze strette. Nell’estate del 2022 ci avevano portato dentro più di settanta opere di Antonio Ligabue. Ricordo di essermi fermato davanti a una tigre.

La tigre assalita dal serpente
Tigre assalita dal serpente, 1953. Olio su faesite, come quasi tutto Ligabue: il compensato costava poco e la tela non si trovava.
Le fauci sono spalancate verso di te, non verso il serpente. È una scelta, e la capisci solo stando in piedi davanti al quadro. La pennellata è corta, nervosa, e il colore è tirato su fino a un punto in cui smette di descrivere e comincia a ringhiare. Non c’è profondità: tutto sta in primo piano, addosso a chi guarda.

Una convinzione che ha retto male
Io ho sempre sostenuto che per creare serva cultura. Dalla cultura nasce la riflessione, dalla riflessione la scoperta, e solo alla fine si ha qualcosa da dire.
Ligabue, per come lo si racconta di solito, smonta questa catena: autodidatta, espulso dalla Svizzera nel 1919, una vita ai margini fra Gualtieri e il Po, i ricoveri in manicomio. Istinto e basta.
Poi vai a vedere, e la storia si complica. Nel 1928 incontra Renato Marino Mazzacurati, che gli insegna la pittura a olio: un maestro ce l’ha avuto. La Fondazione e Archivio Antonio Ligabue di Parma divide la sua opera in tre tempi, e chiama il secondo — dal 1940 al 1952 — quello dell’elaborazione e della tecnica consapevole.
Le tigri non le aveva mai viste. I modelli, dicono le fonti con una certa prudenza, arrivavano dalle illustrazioni dei libri di Andrea Mozzali e di Mazzacurati, e dal cinema — tanto che dipinse anche il gorilla di King Kong. E prima di mettersi al lavoro imitava con il proprio corpo i movimenti dell’animale che stava per dipingere.
Quindi no, non è istinto contro cultura. È una cultura fatta di materiali poveri — libri prestati, fotogrammi, un solo maestro — guardata però mille volte, con un’ostinazione che a me manca.
L’energia di quella tigre non viene dal non sapere. Viene dall’aver fissato quelle poche immagini finché non gli sono entrate nelle mani e nella testa.
Il dubbio: quanto conta la biografia di chi guarda
Qualche anno fa, a Villa Pisani di Stra, c’era una mostra di pittori veneti dell’Ottocento. Mi fermò un quadro con due donne che rientravano all’imbrunire verso la fattoria, con una mucca e un carretto al traino. Scena ordinaria per l’epoca.
Io non riuscivo a staccarmene: sentivo la fatica, il sudore, l’odore della campagna, l’umidità della sera. Le persone che erano con me passarono oltre senza notarlo.
Ci ho pensato a lungo, e la spiegazione che mi sono dato è che quella situazione io l’avevo vissuta: avevo un’esperienza in comune con il pittore.
Ma se le cose stanno così, l’emozione di chi guarda quanto è merito del pittore? Se serve la mia biografia per accendere un quadro, allora un’opera non vale allo stesso modo per tutti, e buona parte del giudizio è un inventario di coincidenze. Se invece dico che il merito è tutto suo, devo spiegare perché accanto a me nessuno sentiva l’odore dei campi.
Non so da che parte stare.
Da vedere, da fare
Fondazione Museo Antonio Ligabue
Palazzo Bentivoglio, Gualtieri (RE) — sabato e domenica, 10-12.30 e 15-18, biglietto 8 euro. Trentasette opere fra oli e sculture, più i documenti personali e le cartelle cliniche. Nello stesso palazzo c’è il Salone dei Giganti, trentaquattro metri di affreschi seicenteschi: due ragioni di viaggio al prezzo di una.
Villa Pisani, Stra (VE)
Martedì-domenica 9-20 fino al 30 settembre, biglietto 9 euro. I restauri vanno avanti fino a ottobre e il giardino riapre a pezzi, ma la villa si visita tutta. Ci torno sempre volentieri.
Se nel frattempo passate davanti a un quadro che vi ferma senza sapere perché, restateci un minuto in più del previsto: quasi sempre il motivo viene fuori dopo.
Fonti: Fondazione Museo Antonio Ligabue
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