Tre quadranti a Palazzo Ducale. Uno gira al contrario, uno misura l’anno, e nessuno dei tre dice che ore sono.

Due stanno nella stessa sala, in cornici dorate gemelle, con figure scure a fare da mensola sotto il quadrante. Il terzo è incassato in un dipinto, tra figure adagiate sulle nuvole.

Il giorno comincia al tramonto

Il primo ha ventiquattro caselle, numeri romani in oro su fondo nero, una sola lancetta d’ottone. I numeri crescono verso sinistra. La lancetta gira al contrario.

È un orologio all’italiana. Il giorno non comincia a mezzanotte: comincia al tramonto, e l’ora XXIIII è sempre il momento in cui il sole sparisce. Quindi se sono le venti ti restano quattro ore di luce. Lo sai subito, senza fare conti.

In una città senza illuminazione pubblica quella è l’unica informazione che conta davvero: quattro ore per chiudere bottega, rientrare, attraversare la laguna.

Un calendario appeso al muro

Il secondo quadrante non ha ore. Ha dodici caselle con i segni dello zodiaco e, al centro, un sole d’oro in punta a una lancetta lunga. Quello non misura la giornata: misura l’anno.

Quadrante zodiacale con dodici riquadri dorati e un sole con volto umano al centro
Dodici caselle, una per segno, e un sole dorato in punta alla lancetta. Un giro completo dura un anno. Foto: Lorenzo, 2026.

La lancetta fa un giro in dodici mesi e indica in quale segno si trova il sole. È un calendario appeso al muro, in una stanza dove il calendario stampato non c’era. Dice la stagione, e serve a calcolare le feste mobili, che dipendono tutte dall’equinozio di primavera.

A Venezia l’anno cominciava il primo marzo

Poi c’è la cosa che mi ha fermato. A Venezia l’anno non cominciava il primo gennaio. Cominciava il primo marzo.

È il more veneto: nei documenti, gennaio e febbraio portano ancora l’anno prima. Goldoni risulta nato il 25 febbraio 1706, che per noi è il 1707.

Il primo marzo apre la primavera. Il primo segno dello zodiaco è l’Ariete, che apre con l’equinozio. Se chi ha fatto quel quadrante ci abbia pensato non lo so. Nessuno sa nemmeno chi l’abbia fatto.

Il dubbio: la sinopia

Prima di dipingere un affresco l’artista tracciava il disegno direttamente sul muro, con una terra rossa. Si chiama sinopia, dal nome di Sinope, il porto sul Mar Nero da cui arrivava: le partite buone viaggiavano con un sigillo che ne garantiva la provenienza.

Quel disegno spariva sotto l’intonaco il giorno stesso. Non era fatto per essere visto.

Nel luglio del 1944 un bombardamento incendia il tetto del Camposanto di Pisa. Gli affreschi si sfaldano, e per salvarli bisogna staccarli dal muro. Sotto, intatte, ci sono le sinopie: la mano del pittore senza il colore sopra, senza le rifiniture, senza le correzioni. I primi strappi sono del 1947. Oggi a Pisa quei disegni hanno un museo tutto loro.

Ed è qui che mi si apre il dubbio. Quel disegno è più vicino al pittore dell’affresco che lo copriva. Ma è anche esattamente la cosa che lui aveva deciso di nascondere.

Stiamo guardando l’opera, o stiamo guardando dietro le sue spalle?

Da vedere, da fare

L’orologio della Torre di Sant’Andrea

Campo Sant’Andrea, Chioggia — Museo del Tempo, tutto l’anno. Il meccanismo da torre più antico del mondo ancora funzionante sta a dieci minuti dalla galleria. Un documento del 1386 ne attesta l’esistenza: quindi è più vecchio di così, ma di quanto non lo sa nessuno. Il primato gli è riconosciuto dal 2001 e resta conteso con Salisbury, la cui data però è incerta a sua volta.

Il dettaglio migliore: il quadrante sulla torre oggi lo muove un dispositivo elettronico, e il meccanismo medievale viene rimesso in moto solo per i visitatori. Il più antico del mondo, e non gli lasciano più dire l’ora.

Le sale istituzionali di Palazzo Ducale

Secondo piano, percorso di visita ordinario, tutto l’anno. I tre quadranti non sono segnalati da nessun cartello. Bisogna alzare gli occhi e cercarli.

Homo Faber, isola di San Giorgio

Presentata dalla Fondazione Michelangelo per la Creatività e l’Artigianato, è una celebrazione internazionale a cadenza biennale dedicata agli artigiani. Si tiene all’isola di San Giorgio dal 1 al 30 settembre.


P.S. Una cosa che non è entrata nel pezzo: per battere le ore all’italiana la campana doveva arrivare a ventiquattro rintocchi, e nel Cinquecento c’è chi si lamenta perché a metà si perdeva il conto. È così che questi quadranti sono finiti quasi tutti riconvertiti a dodici più dodici.

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