Nella mia vetrina in Via Roma 1470, a Chioggia, c’è una Sinar P2. Chi passa la guarda come si guarda un vecchio strumento musicale: con un po’ di rispetto e senza sapere bene come si usa. Io so come si usa. E la prima volta che l’ho usata davvero, qualcuno ha controllato ogni particolare con una lente.

Nella foto in apertura la Sinar è in vetrina, e alle sue spalle c’è un’opera in grande formato di Sara Zamperlin, che nel suo processo creativo a volte usa anche la fotografia.

Sotto il panno nero il mondo spariva

Visto da fuori, un banco ottico è una cosa poco fotografica: due standarde su una rotaia, un soffietto nero in mezzo, davanti l’obiettivo, dietro un vetro smerigliato e il portapellicola. La mia Sinar P2, che la casa svizzera aveva presentato nel 1984, lavora con pellicole piane 10×12. Per un periodo ho provato il 20×25, ma ogni scatto costava quanto una cena e ho dovuto rinunciare.

Il lavoro vero cominciava sotto il panno nero. Lo tiravo sulla testa e il mondo spariva: restava il vetro smerigliato, con un’immagine che avevo il tempo di guardare davvero. Avevo il visore che la raddrizzava, ma il bello non era quello. Era poter correggere: decentrare perché i palazzi smettessero di cadere all’indietro, basculare l’obiettivo per mettere a fuoco il piano giusto. Architettura, interni, moltissimo still life. Spostamenti di pochi millimetri, e nessuna fretta.

Fotografare l’argento con l’argento

Ero giovane nel mestiere quando arrivò un cliente importante nel campo dell’argento: scatti tecnici per i cataloghi destinati agli orefici. Fotografare l’argento è un delirio. Non ha un colore suo, vive di luce riflessa: sbagli di poco e diventa grigio, o bianco bruciato, o riflette te e il cavalletto. Quella qualità, che io chiamo argenteità (la parola me la sono inventata), andava costruita tutta con la luce. Dopo lo scatto non c’era niente da sistemare: Photoshop non esisteva.

Bricco d’argento cesellato fotografato su fondo nero con il banco ottico
Un bricco d’argento: tutta la resa del metallo costruita con la luce, prima dello scatto. Foto di Lorenzo.

Mi presentai dalla responsabile di sezione con le diapositive e la mia valigetta luminosa. Lei, gentilissima, mi disse che aveva la sua. Ne tirò fuori una identica alla mia e, insieme, un contafili. Mi si drizzarono i peli delle braccia. Controllò ogni scatto, cesello per cesello. Passarono tutti.

Ripensandoci, c’era qualcosa di buffo: fotografavo l’argento con l’argento, perché l’immagine sulla pellicola era fatta di sali d’argento.

Still life pubblicitario di calzature Ceccon realizzato su set costruito a mano
Immagine realizzata da Lorenzo Cecchinato e Franco Storchi: oltre tre giorni solo per preparare il set, tutto ricostruito a mano, e alla fine l’intervento di Franco con l’aerografo direttamente sulla stampa.

Duecento anni di fotografia, e il silenzio del grande formato

Perché raccontarlo adesso? Perché quest’anno si festeggiano i duecento anni della fotografia, e passiamo le giornate a scattare senza guardare. Il banco ottico obbligava al contrario.

Tra i fotografi gira una frase che ricordavo di Ansel Adams: il 35 millimetri è rumore, il grande formato è silenzio. Cercandola, non l’ho trovata in nessuna fonte seria. Ma è vera lo stesso.

La più antica fotografia sopravvissuta è la veduta dalla finestra di Le Gras di Nicéphore Niépce, su una lastra di peltro di circa 17 per 20 centimetri, e d’argento non ne ha: è fatta di bitume. Sulla data le fonti non concordano: c’è chi dice 1826, mentre l’Harry Ransom Center di Austin, che la conserva, la data 1827. Quanta strada da quella prima immagine.

Veduta dalla finestra di Le Gras di Nicéphore Niépce, la più antica fotografia sopravvissuta
Nicéphore Niépce, Veduta dalla finestra di Le Gras, 1826–1827. Harry Ransom Center, Austin.

Un bacio che non era per noi

Robert Doisneau, Le baiser de l’Hôtel de Ville, 1950. La conoscete anche se non sapete di conoscerla: due ragazzi che si baciano in mezzo al marciapiede, Parigi che scorre intorno senza accorgersene. Per quarant’anni è stata la prova che la vita, ogni tanto, si lascia fotografare.

Poi, nei primi anni Novanta, si è scoperto che quei due erano lì apposta. Doisneau lavorava su commissione per Life e aveva notato in un caffè due giovani, Françoise Bornet (poi Delbart), allieva di recitazione, e Jacques Carteaud, che non smettevano di baciarsi: chiese loro di rifarlo per la strada. Più tardi ammise una cosa che dice tutto del suo modo di lavorare: non avrebbe mai osato fotografare così due sconosciuti.

Il bacio davanti all’Hôtel de Ville di Robert Doisneau, Parigi 1950
Robert Doisneau, Le baiser de l’Hôtel de Ville, Parigi 1950.

Sapendolo, la fotografia non diventa più brutta. Diventa un’altra cosa: non il momento rubato, ma il momento che qualcuno ha deciso di far esistere. E allora: l’immagine rispecchia la realtà, o è soltanto il punto di vista di chi l’ha scattata? E il punto di vista, a sua volta, è realtà oppure no? Quei due si baciavano davvero, semplicemente non per noi.

Il dubbio: più vera la pellicola o il telefono?

Ogni volta che scattate col telefono, prima ancora che vediate la foto, il telefono l’ha già ritoccata: ha schiarito le ombre, ha unito più scatti in uno, ha deciso come deve essere il cielo. Lo fa per avvicinarla a quello che avevate davanti agli occhi. E allora mi chiedo: una fotografia corretta per somigliare di più alla realtà è più vera o più falsa?

Una volta la risposta sembrava semplice: la pellicola registrava, il ritocco mentiva. Ma anche la pellicola sceglieva. Una marca scaldava i rossi, un’altra caricava i cieli, e in camera oscura ogni stampa era già un’interpretazione. Forse nessuna fotografia è mai stata un documento puro. O forse la differenza sta tutta in chi decide: un fotografo che era lì, o un programma che non ha visto niente.

È più vera una foto su pellicola o una digitale?

Se avete una risposta — anche parziale, anche contraddittoria — scrivetela nei commenti. Le più interessanti finiscono nel prossimo numero della newsletter.

Da vedere, da fare

Ferdinando Scianna al Ghetto di Venezia

IKONA, Campo del Ghetto Nuovo 2909, Venezia. Fino al 22 novembre. Tutti i giorni dalle 11 alle 19, chiuso il sabato. È una galleria piccola, che a Venezia si occupa di fotografia dal 1979.

Ferdinando Scianna (Bagheria, 1943) ha esordito poco più che ventenne, nel 1965, con Feste religiose in Sicilia, accompagnato da un testo di Leonardo Sciascia. Dal 1982 lavora con l’agenzia Magnum, di cui è membro effettivo dal 1989. Nel 1987 lo chiama la moda: fotografa Marpessa per una campagna di Dolce & Gabbana ispirata alla Sicilia, e da allora porta in passerella la stessa luce dura dei suoi reportage.

In conclusione

Adesso vado a spolverare la Sinar, che in vetrina prende polvere ma ne ha viste di peggiori. Se passate da Via Roma e la vedete, fermatevi: è l’unico strumento che conosco che ti costringe a guardare prima di scattare.


Fonti: Sinar — History · Harry Ransom Center — The Niépce Heliograph · Euronews — Françoise Bornet e il bacio di Doisneau · PetaPixel · IKONA Venezia · Ferdinando Scianna — Wikipedia

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