Canova la ammirò, Melville le dedicò una conferenza, e c’è chi vi lesse la mano del diavolo. Tutti quanti guardavano l’opera di un uomo che non l’aveva scolpita.
Ho visitato la mostra dedicata a Francesco Bertos alle Gallerie d’Italia di Vicenza nel gennaio del 2025, e ho provato quella particolare vertigine che si manifesta quando l’arte supera i limiti della propria epoca. Davanti a quelle sculture non pensavo, non cercavo domande né risposte: ero semplicemente sopraffatto.
Le fotografie che ho fatto quel giorno sono venute quasi tutte male. La sala è buia, la luce sale e cala a intervalli regolari, il treppiede lì dentro non si usa. Ne restano solo alcune decenti, tutte dello stesso blocco di marmo alto poco più di un metro e mezzo. Mi è servito un po’ di tempo per capire cosa volevo dirne.
Una piramide di corpi che cadono
Sono oltre sessanta figure scolpite in un unico blocco di marmo di Carrara. Il gruppo ha la forma di una piramide rovesciata nel senso della caduta: in cima l’arcangelo Michele con la spada alzata, sotto di lui una massa di corpi nudi che precipitano intrecciati.
Le figure stanno insieme per contatto: un braccio che regge una gamba, una mano che stringe una caviglia. Sullo scudo di Michele si legge QVIS VT DEVS — “chi è come Dio”, la traduzione latina dell’ebraico Mi-cha-El.
Non c’è nessun sostegno nascosto. Ogni punto di appoggio è un altro corpo. Chi ha scolpito questa cosa ha lavorato per sottrazione sapendo che un errore a metà strada avrebbe mandato al macero l’intero blocco.

Bertos non scolpiva semplicemente figure. Le sue opere sembrano sospese in aria, in composizioni ardite, teatralmente sbilanciate eppure salde. Le anatomie, i panneggi, le posture: tutto sembra respirare e muoversi. C’è paura e meraviglia davanti a questa capacità umana, quella di modellare la materia fino a farla sembrare viva, sospesa tra il miracolo e l’inganno.
Duecentocinquant’anni con il nome sbagliato
Dalla metà del Settecento in poi l’opera è stata attribuita ad Agostino Fasolato. Canova la ammira, Cicognara ci scrive sopra, Rosmini ne parla nelle lettere. Herman Melville la vede a Padova nel 1857 e l’anno dopo le dedica una conferenza. Tutti quanti guardavano un Fasolato.
Poi gli studi hanno smontato l’attribuzione: di Fasolato non risultano altre opere di quel livello, e i documenti lo registrano come tagliapietra. Oggi il gruppo è assegnato a Francesco Bertos, che negli inventari compare come “scultor di Padova, uomo celebre e solo nell’arte di simil genere”.
Il marmo non si è mosso di un millimetro.
Prima non credevano che l’avesse fatto un uomo. Poi hanno passato duecentocinquant’anni a crederlo di un uomo sbagliato.
Chi era Francesco Bertos
Francesco Bertos (Dolo, 1678–1741), scultore veneto, tra i più singolari e ricercati della Repubblica di Venezia nella prima metà del Settecento. Lavorò soprattutto in bronzo e marmo ed è noto per gruppi di piccole figure intrecciate in composizioni piramidali: corpi in pose acrobatiche che sembrano sfidare le leggi di gravità.
Un virtuosismo tecnico che deriva da Giambologna e dagli avoristi fiamminghi, portato a un grado di complessità quasi impossibile.
Il sospetto dell’eresia
Talmente impossibile che, all’epoca, c’è chi parlò apertamente di un patto col diavolo: nessun uomo, si diceva, può cavare sessanta corpi da un blocco solo senza aiuto.
Non sorprende che su Bertos si siano addensati sospetti d’eresia. In un’epoca in cui l’ordine ecclesiastico vigilava su ogni manifestazione dell’ingegno, un artista capace di creare illusioni così potenti rischiava di essere scambiato per stregone, alchimista, persino per emulo di Lucifero — l’angelo che osò competere con Dio.
C’è una beffa, in tutto questo. Il soggetto dell’opera è proprio la punizione di chi ha osato troppo. E quella punizione, nei discorsi dei contemporanei, rischiava di ricadere sullo scultore.

Paura e meraviglia, da Bertos all’intelligenza artificiale
Ed è proprio in questo conflitto tra potere e immaginazione, tra dogma e slancio creativo, che sento un’eco con altri momenti di svolta.
Bertos, con i suoi strumenti e la sua visione, ha spinto la scultura oltre il limite. Come l’energia elettrica ha ridisegnato il mondo, come la stampa e poi i mezzi di comunicazione di massa hanno rivoluzionato il pensiero e il linguaggio, oggi ci troviamo davanti a un’altra soglia: l’intelligenza artificiale.
Anche l’AI genera stupore e timore. È sospettata di un’eresia contemporanea perché sfida l’idea di ciò che è “propriamente umano”. Come le figure di Bertos, sembra muoversi da sola, apprendere, rispondere, perfino creare. È reale o è illusione? È potere o è abisso? A seconda dello sguardo, può sembrare un miracolo moderno o un nuovo strumento di dominio.
In ogni epoca, le grandi rivoluzioni — siano esse scolpite nel marmo o scritte in codice — hanno generato la stessa reazione: paura e meraviglia.
Guardando oggi a Francesco Bertos riconosciamo il coraggio di chi ha osato, con scalpello e genio, sfidare le regole visibili e invisibili del proprio tempo. È una lezione che parla ancora a noi: osare, anche quando l’ignoto spaventa, perché proprio lì, tra il sospetto e lo stupore, prende forma l’umanità che avanza.
Fonti: Gallerie d’Italia — La caduta degli angeli ribelli
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