Per secoli nessuno ha capito cosa stessero facendo quelle due donne. Poi qualcuno si è accorto che il fiore nel vaso era troncato.
Due donne, una terrazza, troppi animali
Vittore Carpaccio, Due dame veneziane. Olio su tavola, 94 × 64 cm, databile al 1490-1495 circa, Museo Correr di Venezia.
Due donne sedute su una terrazza, circondate da animali. Una pavoncella, due tortore, un pappagallino, due cani. Un paggetto si affaccia dalla balaustra. A terra un paio di calcagnini — i sandali con la zeppa alta — e un vaso di maiolica con lo stemma dei Torella.
John Ruskin lo definì il più bel quadro del mondo, e fu sempre lui a diffondere il titolo con cui l’opera è stata conosciuta per un secolo: Le Cortigiane. Due prostitute in attesa di clienti, si diceva. La storia sta in piedi finché non guardi i bordi.
Perché due dettagli non tornano. Il cane davanti a una delle due è tagliato a metà. E il fiore che spunta dal vaso è troncato di netto. Un quadro dove la testa di un levriero finisce contro la cornice non è finito così per caso.
L’artista non aveva lasciato fuori niente. Era il quadro a essere stato tagliato.
La metà mancante era a Los Angeles
Le Due dame sono la parte inferiore di una tavola. La metà superiore è la Caccia in laguna del Getty Museum di Los Angeles. Le due parti erano già separate prima dell’Ottocento, e la prova è proprio quel fiore troncato: il giglio che spunta dal vaso sul parapetto continua nel dipinto americano.
Rimesse insieme le due metà, il soggetto si spiega da sé. Le dame aspettano che i mariti tornino dalla caccia in valle. Non erano cortigiane. Erano annoiate.

E non era nemmeno un quadro
Non era un’opera da parete. Era l’anta destra di una porta a soffietto che chiudeva un piccolo studiolo, con un trompe-l’œil dipinto sul retro, visibile solo da dentro. Sul bordo superiore si vedono ancora i segni dei cardini.
L’anta sinistra manca tuttora. Secondo Yvonne Szafran, che analizzò i pannelli al Getty negli anni Novanta, il taglio alla testa del levriero indica che Correr e Getty conservano probabilmente solo metà di un mobile a due ante. L’altra può essere perduta — o stare da qualche parte nel mondo senza che nessuno l’abbia riconosciuta.
Le balote sul fondo della laguna
Qui entra una cosa che ho scoperto per caso. Anni fa, sul fondo della laguna, ho raccolto delle sfere di terracotta grandi qualche centimetro. Le ho tenute a lungo senza sapere cosa fossero.
Poi un giorno è venuto a casa mia un maestro di tiro con l’arco, le ha viste e mi ha spiegato l’arcano: sono ballotte, o balote in dialetto. Munizioni. Si scagliavano con l’arco per cacciare gli uccelli in laguna — un arco che non tira frecce, ma palle di argilla, per abbattere la preda senza trafiggerla.
Guardate il dipinto del Getty: i cacciatori non hanno frecce. Stanno usando esattamente quelle. Cinquecento anni dopo, quel gesto era ancora lì sotto il fango, a due passi da casa mia.

Da vedere: Leiko Ikemura alle Gallerie dell’Accademia
Leiko Ikemura. TransLucent — La forma della luce — Gallerie dell’Accademia, Venezia, dal 10 settembre al 22 novembre 2026.
La mostra è curata da Isabella Collavizza insieme all’artista e presenta sculture in vetro esposte accanto ai capolavori di Paolo Veneziano, Carpaccio, Tiziano e Tiepolo. Alcune sono state realizzate per l’occasione in una vetreria di Murano. Occupano il piano terra — cortile palladiano compreso — e il primo piano.
Perché varrebbe il viaggio: non è una mostra accanto alla collezione, è una mostra dentro la collezione. Le sculture non stanno in una sala separata, si trovano nelle stesse stanze dei quadri, e il confronto è inevitabile. Tra i lavori più importanti c’è la serie Sleeping Heads, che riflette sull’iconografia femminile della pittura veneziana a partire dalla Presentazione della Vergine al Tempio di Tiziano.
Ikemura è nata a Tsu, in Giappone, nel 1951, si è formata all’Accademia di Belle Arti di Siviglia e oggi vive tra Berlino e Colonia. Nel suo lavoro ricorre l’usagi, il coniglio giapponese, comparso dopo il terremoto del Tōhoku e Fukushima del 2011. L’occasione è la decima edizione della Venice Glass Week.
Fonti: Museo Correr · Gallerie dell’Accademia
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